Il Caso Garlasco

 


Una matassa non facile da sciogliere

Sono consapevole di essere l’ennesima persona che si occupa del caso Garlasco. E di non essere la sola a scriverne (e parlarne) per sentito dire, senza aver letto le carte processuali, ma soltanto per aver appreso le notizie in tv, dai programmi che trasmettono il delitto quasi a rete unificate, da mattina a sera. So benissimo che si sta discutendo del solito processo di piazza ( quello che si celebrava una volta ai danni delle streghe che venivano poi bruciate sul rogo) che oggi si celebra attraverso i social media, e che condanna una volta il “biondino dagli occhi di ghiaccio” ed un’altra volta creando un mostro in una personalità non certo trasparente, sicuramente problematica, con tratti oscuri e molti lati d’ombra. Ma tutti, davvero tutti, ne parlano. Anche perché ad ascoltare i magistrati quella povera ragazza, Chiara, sarebbe stata uccisa due volte, da due assassini diversi. Mentre lei è morta una volta sola. 

Non so come andranno a finire le cose. Di errori giudiziari, nella storia della giustizia italiana e non, ne sono stati commessi. E alcuni davvero eclatanti. Basti ricordare il caso di Enzo Tortora, storico conduttore di Portobello, che si è poi concluso con l’accertamento dell’innocenza del presentatore televisivo,  il quale dopo poco è deceduto perché nel frattempo ammalatosi gravemente, anche per il dolore e le sofferenze causate dallo scandalo che ingiustamente lo aveva travolto. Ma vale la pena di ricordare anche il caso di Sacco e Vanzetti, due italiani emigrati negli Stati Uniti, accusati ingiustamente di rapina e omicidio nell’America xenofoba degli anni venti, e poi condannati ed uccisi sulla sedia elettrica. Soprattutto in questo secondo caso, ma in generale in tutti gli errori giudiziari, a farla da padrone sono stati i pregiudizi, la xenofobia ed il razzismo contro gli immigrati. 

In ogni caso di errore giudiziario sono leggibili elementi di preconcetto e la percezione della realtà distorta da quelle che sono le idee prefissate dei magistrati che hanno indagato, i quali hanno impostato da subito l’indagine su una sola pista trascurando tutti gli altri elementi possibili, e vedendo nel caso soprattutto la conferma alle loro ipotesi iniziali, senza minimamente vagliare la possibilità di altri accertamenti e soluzioni. 

Dopo quello che è accaduto in questi lunghi anni dalla morte di Chiara Poggi non so se noi italiani possiamo ancora avere fiducia nella giustizia, e nei professionisti del crimine, tra Ris e magistrati, che dovrebbero essere formati a fare indagini complesse e a dedurre la verità processuale spesso anche solo da semplici indizi che si trovano sulla scena del crimine. Ma come è possibile fare così tanti errori per specialisti che sono stati formati a questo lavoro? Come è possibile che i Ris cancellino senza nemmeno accorgersene prove importantissime sulla scena del crimine?  

Adesso, per dimostrare l’innocenza di Stasi, che si è sempre dichiarato estraneo al delitto, bisognerebbe spiegare tutti quegli elementi, almeno cinque tra i più noti in sentenza, che per anni sono stati annoverati tra gli indizi probatori della sua colpevolezza: 

1. la suola delle sue scarpe che appare pulita, nonostante la sua dichiarazione di essere stato fisicamente presente sulla scena del delitto ormai consumato e di aver scoperto il corpo di Chiara; 

2. il volto di Chiara, che lui dice essere bianco mentre è stato rinvenuto sporco di sangue e a capo in giù, quindi impossibile da scorgere per chi avesse scoperto fugacemente il corpo, come lo stesso Stasi dichiara di aver fatto; 

3. il sangue sui pedali della sua bicicletta; 

4. cosa ci facesse la sua bicicletta davanti alla casa di Chiara la mattina del delitto; 

5. la sua freddezza a telefono quando denuncia la scoperta al 118, parlando di una generica persona, invece di dire subito che si trattava della sua fidanzata dell’epoca. 

Perché due sono le cose: o questi sono indizi, che messi insieme fanno una prova, e allora restano inconfutabili fintanto che non vengano spiegati diversamente, e la procura di Pavia li dovrebbe risolvere e chiarire, dal momento che considera Stasi innocente; o questi elementi non costituiscono una prova certa della sua colpevolezza, e allora ci devono comunque far capire come mai un uomo ancora molto giovane, e con tutta la vita davanti, sia stato condannato in presenza di dubbi, in mancanza di un movente inequivocabile, e soprattutto sulla base di questi indizi incerti e confutabili. E come mai siano state volutamente tralasciate altre piste di indagine, come quella che oggi porta la procura di Pavia a dichiarare la colpevolezza di Sempio che, sebbene fosse stato interrogato a lungo ai tempi del delitto, fu all’epoca rilasciato e dichiarato innocente. 

La revisione del processo Stasi deve riguardare tutti gli elementi di colpevolezza che all’epoca della condanna furono annoverati come tali contro di lui. E il processo a Sempio deve spiegare come mai tutti gli addebiti che oggi gli vengono fatti siano stati del tutto trascurati quasi venti anni fa e non vennero presi in considerazione come utili indizi probatori a suo carico. 

Inoltre, la colpevolezza di Sempio può essere provata in via definitiva soltanto dopo la revisione del processo a Stasi, ormai giudicato colpevole di omicidio con sentenza passata in giudicato, dopo tre gradi di giudizio. Altrimenti, come scrivevo sopra, si rischia di vedere accusati due soggetti per uno stesso omicidio, e per una persona che è morta una volta sola, e sicuramente per mano di un solo assassino, come è stato accertato e confermato dalla procura che indaga attualmente sul caso al momento più discusso d’Italia. 


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